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una speranza più grande

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Ieri sera io e Rita, dopo una breve ma emozionante visita al Capo De Casa che faceva merende lattose e ninne insistenti, siamo andati al villaggio warnerio a vedere "il cacciatore di aquiloni".
Ci sono molte cose in quel film, un bel film, dopotutto. Una bellissima storia e degli attori piccoli e molto bravi. Il dramma della discesa dell'Afghanistan agli inferi , che in qualche modo mi ha ricordato il Libano di cui il mio amico Elias mi raccontava. C'è dentro l'orrore dell'invasione sovietica, l'orrore del regime talebano, l'orrore dell'uomo e della grandezza della sua meschinità.
Però c'è dentro la speranza, quella più evidente della salvezza, e quella più nascosta ma più grande.
La speranza più grande viene fuori quando un vecchio saggio e malato dice ad un giovane debole e pieno di dolore che "esiste un modo per tornare ad essere buoni".
La vita è lunga e piena di cose, di persone e di decisioni. Di male che abbiamo fatto, e che facciamo.
Non penso di essere l'unico che nasconde un dolore, che nasconde un rimorso. Che nasconde dentro di sé il rimpianto di non aver detto o fatto qualcosa, o il rimorso di aver fatto o detto qualcos'altro.
Guardando quella storia ho capito come le cose rotte rimangono rotte perché non crediamo più di poterle aggiustare. Crediamo di non poter tornare ad essere buoni, e quello che succede è che crediamo che non ci sia speranza, quella ferita dentro di noi, quel seme cattivo marcisce e cresce come un piccolo, maligno tumore che mangia la felicità.
Magari piano piano, niente di drammatico, ma di felicità e ossigeno si vive: più ce n'è, meglio stiamo.
Quando è possibile tornare ad essere buoni, riparare ad un torto, in qualche modo, bisogna correre rischi, prendere pugni se necessario, mangiarsi orgoglio e fango, guardarsi allo specchio senza distogliere lo sguardo, ma farlo.
Che a volte non si può più, non si può tornare ad essere buoni, e allora farà male per sempre.

Le vite degli altri

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Sarebbe tempo di auguri di buona Pasqua, ma preferisco parlarvi di dolore e redenzione. Che forse è la stessa cosa.
Ho appena finito di vedere un film davvero imperdibile: Le vite degli altri. Il film, nonostante abbia vinto un oscar come miglior film straniero, è comunque imperdibile. Non so se riuscirete a trovarlo in qualche modo, al cinema o in DVD, comunque è un film imperdibile.
(no, non sono del tutto rincoglionito, solo che voglio che passi il concetto che proprio non ve lo potete perdere, e repetita be', lo sapete).
La trama in  poche parole, senza spoiler: DDR: germania est, anni 80, la STASI controlla la popolazione.  Vicende di una coppia, lei attrice, lui scrittore, sotto controllo e dei loro controllori.
Basta, non posso dire altro senza rovinarvi il film e, dato che non dovete perdervelo, sarebbe un problema.
Potrei fermarmi qui: non sono un regista fallito e rancoroso, quindi come critico  cinematografico non ho speranze. Però vorrei raccontarvi una corta (sono le 12 e 45 di notte e non dormo da giorni) storiella. Il mio professore di filosofia al Liceo era un prete di campagna. Un prete di campagna con le mani grosse e rozze, che piegava le bic, ma con una testa superba e una cultura libera e d enciclopedica, anche se con salde radici nella Scolastica.
Una volta spiegando storia, a cui di gran lunga preferiva filosofia, si fermò e ci disse in uno dei rarissimi slanci da consigliere, pressappoco così: "guardatevi da chi vi promette che realizzerà il paradiso sulla terra: non lo può fare, ma per nel provarci schiaccia tutto e tutti, e scorre sangue e oppressione".
Non ho ancora trovato una prova contraria, ma mille a favore.
Una di queste e "le vite degli altri". Lo stato socialista (leninista nelle ossa) della DDR per realizzare la sua tragica utopia doveva schiacciare tutto e tutti. Così come dappertutto nel blocco Sovietico, dove il grigiore delle città e delle vite era poco illuminato dal maledetto e avvelenato sol dell'avvenire.
Lo stile asciutto e rigoroso del film, nei dettagli ruvidi e grigi, oppressivi nella loro spietata quotidianità mi ha fatto risentire l'aria di Praga, quando ci andai un'era geologica fa. (Mi ha fatto pensare anche al Tibet, vè).
La vita delle persone non è niente, non è importante: l'importante è l'Utopia dello Stato. Chi ha letto cigni selvatici sa di cosa sto parlando. Ogni singolo pensiero non alllineato è una minaccia, e va stroncato. Per questo ai funzionari, funzioali alla conservazione dello stato, viene dato un immenso potere nel nome del popolo. E ogni goccia di potere è un invito alla corruzione.
Ma dentro questa tela alcuni personaggi mostrano come l'uomo è insieme migliore e peggiore di quanto ci possiamo attendere, una dolorosa storia di redenzione e castigo.
Non è un film d'azione. Non è un film docile all'amercana: alcune inquadrature, battute, la recitazione, i tempi e le sonorità, sono proprio tedesche, e che ci vuoi fare.
Alcuni personaggi, ve lo anticipo, sono solo sbozzati. Anzi, almeno due scadono incomprensibilmente quasi una macchietta. Mi chiedo se non è fatto a bella posta per mostrare come prevedibile sia la meschinità. Gli altri, però, riescono a crearsi delle linee di vita all'interno di quel tessuto servile e triste, linee di vita in cui la fedeltà e la redenzione, la povertà e la disperazione, girano tutti ancora una volta intorno all'occasione di guardarsi una volta negli occhi.
Gli occhi di una donna, tanto per cambiare.

Le vite degli altri: imperdibile.

(image courtesy Wikipedia)

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